Alessandra Vittorini traccia un quadro dell'evoluzione del sistema del patrimonio culturale italiano: dalla Convenzione Europea del Paesaggio (2000) alla Convenzione di Faro (2005), dall'Agenda 2030 al PNRR, il ruolo delle persone e delle comunità è diventato centrale. L'intervento analizza le implicazioni per la formazione dei professionisti museali e presenta l'esperienza della Scuola dei beni e delle attività culturali, con programmi come "Musei in Corso", "Toolkit for Museum" e i progetti di accessibilità e inclusione.
«Parlare oggi di musei, di pubblico e di cantieri museali partecipati — tema di stringente attualità e strettamente connesso all'esperienza condotta negli ultimi anni nel Museo Archeologico Regionale di Aosta — non può non partire da alcune questioni fondamentali: da un lato la dimensione estesa e complessa del sistema del patrimonio culturale italiano e dall'altro la mutazione progressiva e generativa che negli ultimi decenni ha investito il concetto e il ruolo stesso delle persone e delle comunità nella partecipazione culturale.
Quello del patrimonio culturale è un ecosistema ampio, che investe ambiti sempre più vasti. Cosa comprende? A chi appartiene? Di chi è e, soprattutto, per chi è? A quali finalità sociali e a quali bisogni e aspirazioni, individuali o collettive, risponde la basilare missione tutela e conservazione, oltre all'obbligo ineludibile di garantirne la trasmissione al futuro?
Disegnarlo e comprenderlo significa innanzitutto decifrarne la forma, l'estensione, la composizione, l'eterogeneità: nelle sue dimensioni e connessioni multiformi, nelle relazioni tra le persone, i luoghi e i contesti. Dimensioni e relazioni complesse che assumono diverse connotazioni in ragione delle diverse situazioni di natura geografica, istituzionale, organizzativa, giuridica, disciplinare e scientifica, ma anche per diversità scopi, finalità, interessi e missioni. È un sistema che è andato progressivamente ampliandosi, sul piano fisico, istituzionale e disciplinare. In un tempo relativamente breve si è prodotto un cambiamento sostanziale, nella percezione collettiva e nella definizione giuridica progressivamente innovata, a partire dall'inizio di questo millennio. Con una crescente attenzione al ruolo di persone e comunità.
In una prima rapida e sommaria ricostruzione possiamo allineare le tappe fondamentali, a partire dal 2000, quando con il nuovo concetto inserito nella Convenzione Europea del Paesaggio promossa dal Consiglio d'Europa si supera definitivamente l'antico concetto estetico del paesaggio che ispirava le prime leggi di tutela, e se ne ridefinisce il valore riportandolo direttamente alla sua percezione da parte delle popolazioni. Nel 2003 l'UNESCO riconosce poi il rilevante valore del patrimonio immateriale — le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how — e la necessità di azioni di salvaguardia: un patrimonio direttamente riferibile alle comunità, ai gruppi e agli individui che lo hanno prodotto e nel quale si riconoscono. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004 disegna un quadro integrato dei principi, della tutela, della conservazione del patrimonio culturale, con una riflessione che esplicita anche, per la prima volta in modo chiaro e definito, le forme di fruizione e valorizzazione.
Appena un anno dopo, la Convenzione di Faro promossa dal Consiglio d'Europa riconosce un nuovo diritto individuale e collettivo: il "diritto all'eredità culturale". Un diritto delle persone e delle comunità, che include anche una condivisione di responsabilità nella conservazione e nell'uso sostenibile del patrimonio culturale. Entrano così in gioco individui e persone, in una nuova dimensione — anche etica — che va ben oltre le singole "cose" ma integra le altre responsabilità connaturate alla loro tutela e conservazione, alla valorizzazione e alla pubblica fruizione.
Guardare alle persone e alle comunità titolari di quel "diritto" ha prodotto un profondo cambio di paradigma che include l'accessibilità, la partecipazione, la trasparenza, la trasmissione di contenuti e valori per sostenere la crescita culturale, la coesione e il benessere sociale.
Nel 2015 l'ONU sistematizza nell'Agenda 2030 gli esiti del lungo percorso che ha progressivamente posto all'attenzione mondiale i temi dell'ecologia e dell'ambiente. Lo sviluppo sostenibile, in un'accezione allargata che va ben oltre i confini della tutela ambientale, diventa un obiettivo irrinunciabile che riguarda anche il patrimonio culturale. Nel Quadro di azione europeo per il patrimonio culturale del 2019 le azioni vengono declinate in relazione a cinque principi fondamentali: inclusione, sostenibilità, resilienza, innovazione, cooperazione internazionale. Principi ribaditi e rilanciati con il grande piano Next Generation EU approvato nel 2020 in risposta alla crisi della pandemia globale.
Dunque, un progressivo ampliamento degli orizzonti e dei processi di governance e gestione del patrimonio culturale. Sono cresciuti il senso e la consapevolezza dell'appartenenza collettiva del patrimonio culturale come "bene comune" e la sua funzione sociale. Se ne è riconosciuto il potenziale di coesione e inclusione, di salute e benessere sociale, di attivazione dei valori di cittadinanza e democrazia.
Contemporaneamente si sono dilatati i campi disciplinari. Oltre alle fondamentali discipline di settore, si riconosce come indispensabile il possesso di altre competenze e attitudini: competenze economiche e gestionali, capacità negoziali, competenze progettuali, padronanza degli strumenti di comunicazione, gestione del personale e delle organizzazioni. Le scienze umanistiche appaiono ormai integrate con la cultura scientifica, inevitabilmente orientata verso le nuove tecnologie e la trasformazione digitale.
Agire in modo consapevole nella vasta dimensione dell'ecosistema culturale è la sfida che investe tutti gli attori del settore. Intendendo come "persone" sia tutti coloro che hanno in carico la gestione, la tutela, la valorizzazione del patrimonio culturale, sia tutti coloro che compongono l'insieme dei destinatari cui quel patrimonio deve essere offerto e reso accessibile. Sono i titolari di quel "diritto al patrimonio culturale", diritto che devono poter esercitare attraverso forme di partecipazione che li rendono non solo "utilizzatori", ma protagonisti e promotori di nuove forme di uso, percezione, esperienza e progettualità.
Quell'insieme che molto sommariamente si definisce il "pubblico". Se le parole hanno ancora un senso, il Treccani lo definisce prioritariamente come aggettivo — ciò che riguarda la collettività, che è di tutti, che è accessibile a tutti — e solo secondariamente come sostantivo che identifica un insieme connotato dalla partecipazione a un determinato evento. Oggi questa accezione si è arricchita di nuovi concetti: non solo "il pubblico" ma anche "i pubblici", il "non-pubblico", il "pubblico invisibile" — quelli che frequentano i musei ma anche quelli che non lo fanno, quelli normalmente raggiunti dalle iniziative culturali e quelli che ne restano esclusi, quelli che non "arrivano" ma vanno "cercati".
C'è voluta una pandemia per costringerci a interrogarci su ciò che facciamo e per chi. L'improvvisa "sparizione del pubblico" dalle sale dei musei ha fatto emergere la necessità di ricercare strumenti nuovi per raggiungerlo, di inventare linguaggi inediti per interessarlo, di esplorare percorsi sconosciuti. La perdita dei rassicuranti flussi turistici ha costretto a riscoprire il pubblico di prossimità, quello dei quartieri e delle comunità locali, e a restituire nuovi ruoli alle esperienze culturali, declinate in funzione del loro potenziale educativo, di crescita e di cittadinanza.
Come impatta tutto ciò sulla formazione? Occorre immaginare nuove professioni e ridefinire il perimetro di quelle esistenti, con nuove competenze. Lavorando con le persone e per le persone. La formazione continua è l'ambito prioritario di azione della Scuola dei beni e delle attività culturali: un modello basato sul confronto e lo scambio tra professionisti, tra organizzazioni, tra discipline, tra Paesi. Che non aggiunge nuovi specialismi ma offre competenze trasversali: negoziare, collaborare, dialogare in modalità multidisciplinare. Quelle soft skills irrinunciabili che, a partire dai singoli individui, sappiano innescare un cambiamento profondo nelle organizzazioni.
Tra i suoi elementi di forza, lo scambio di esperienze on job, la scelta di privilegiare le occasioni formative costruite all'interno dei musei e la costante costruzione di "comunità di pratica". In pochi anni abbiamo costruito una comunità che comprende un bacino di utenza ampio, profilato e motivato. Il programma "Musei in corso" ha coinvolto circa diecimila operatori del circuito museale. Le due edizioni di "Toolkit for Museum" hanno formato centoventi persone come curatori, educatori, comunicatori e registrar. Le iniziative internazionali hanno coinvolto quasi quattrocento professionisti di ventuno Paesi. "Cantiere Città" ha coinvolto trenta amministrazioni comunali candidate a Capitale Italiana della Cultura.
Infine, il Ministero ha affidato alla Scuola importanti segmenti del PNRR Cultura 4.0: "Dicolab. Cultura al digitale", un sistema formativo per arricchire le competenze digitali dei professionisti, e il primo "Piano di formazione sull'accessibilità nei luoghi della cultura italiani". Anche qui, un lavoro con le persone — i professionisti — per le persone — i visitatori, i cittadini e le comunità.»